05 febbraio 2026
Consenso informato e trasparenza: cosa dire al cliente quando usi l'IA
Il consenso informato non è una firma su un modulo. È un processo comunicativo continuo — e quando nella tua pratica entrano strumenti di intelligenza artificiale, quel processo richiede un aggiorname
Dott.ssa Elisa Manca
Psicologa, Co-founder Emovia

Trasparenza: non solo etica, ma requisito
C'è una tendenza a trattare la trasparenza sull'uso dell'IA come una questione di stile comunicativo — "quanto voglio essere aperto con il mio cliente". Non è così.
Il CNOP nel bollettino del 13 gennaio 2026 ha chiarito che quando l'IA è coinvolta nella pratica professionale — anche in modo marginale — il cliente ha diritto a essere informato. Non è una raccomandazione di buona prassi: è un requisito deontologico.
L'AI Act europeo rinforza questo quadro sul piano regolatorio: i sistemi di IA interattivi e generativi hanno obblighi espliciti di trasparenza. Se usi uno strumento che genera testo, analizza dati o interagisce in qualche forma con il processo clinico, il cliente ha il diritto di saperlo.
"Uso strumenti digitali" non basta. È troppo vago per essere informativo.
Quando dichiarare l'uso dell'IA
Non tutti gli usi dell'IA richiedono lo stesso livello di comunicazione, ma è utile avere una mappa chiara.
Dichiarazione necessaria quando:
Dichiarazione raccomandata quando:
Soglia minima: se c'è un dubbio, dichiara. Il costo di una comunicazione in più è trascurabile rispetto a quello di una violazione di fiducia.
Cosa dire — e come dirlo
L'ENPAP ha annunciato per il 2026 un ciclo di webinar su telepsicologia e IA, segnale che la comunità professionale sente il bisogno di formazione operativa su questi temi. Uno dei nodi centrali è esattamente questo: come comunicare l'uso dell'IA senza creare allarme, ma senza nemmeno minimizzare.
Alcune formulazioni concrete, da adattare al tuo stile e al contesto.
Sul supporto alla documentazione:
"Utilizzo strumenti di intelligenza artificiale per aiutarmi nella stesura delle note cliniche. Mi supportano nell'organizzazione del materiale, ma ogni documento che ti riguarda viene scritto, revisionato e firmato da me con piena responsabilità."
Sulla trascrizione o sintesi dei colloqui:
"Per alcune attività di documentazione, utilizzo uno strumento che trascrive o sintetizza i contenuti dei colloqui. Questo materiale viene trattato in modo riservato e usato esclusivamente da me per la documentazione clinica. Se preferisci che non utilizzi questo strumento durante le nostre sedute, dimmelo — posso gestire la documentazione in altro modo."
Sul triage o sulle valutazioni iniziali:
"Il questionario che hai compilato viene analizzato con il supporto di uno strumento digitale. Questo mi aiuta a strutturare meglio le prime informazioni, ma la valutazione finale è sempre mia."
L'obiettivo è che il cliente capisca cosa succede con i suoi dati e con il suo percorso — non che si preoccupi della tecnologia.
Cosa evitare
Alcune formulazioni sembrano trasparenti ma non lo sono.
Come integrare nel consenso informato esistente
Non devi riscrivere tutto da zero. Il consenso informato che già usi ha una struttura — puoi aggiungere una sezione specifica sull'uso degli strumenti tecnologici e dell'IA.
Struttura minima della sezione IA nel consenso informato:
Alcune piattaforme rendono questa trasparenza strutturale invece di lasciarla al professionista: in Emovia, ad esempio, il cliente sa dal primo accesso che EmoviBot è IA, può rendere private le proprie chat in qualsiasi momento, e il professionista può spiegare in modo preciso cosa succede ai dati — perché il sistema è progettato per rendere quella conversazione facile, non per evitarla.
Il Gruppo di lavoro del Veneto sull'IA in psicologia ha prodotto materiali operativi utili su questi temi — vale la pena consultarli mentre aggiorni i tuoi moduli.
L'impatto sull'alleanza terapeutica
C'è un rischio che vale la pena nominare: parlare apertamente dell'uso dell'IA potrebbe generare resistenza in alcuni clienti. Questo timore porta molti professionisti a non comunicare affatto, o a farlo in modo così vago da non comunicare niente.
È un errore. Come ha scritto l'Ordine del Lazio, l'IA non sostituisce il professionista — lo riporta all'essenziale. E l'essenziale è la relazione. Una comunicazione trasparente sull'uso degli strumenti, fatta con calma e competenza, rafforza la fiducia — non la erode.
Il cliente che sa che il suo psicologo usa l'IA in modo consapevole, con confini chiari e piena supervisione professionale, ha molte più ragioni per fidarsi rispetto a quello che scopre a posteriori che i suoi dati sono stati processati da un sistema che non sapeva esistesse.
La trasparenza non è un obbligo fastidioso. È parte del lavoro clinico.
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